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Cenni Storici
TORELLA DEL SANNIO
Breve storia a cura di Carmen e Wanda Conte
Pubblicato: 13/06/2013 16:24:00

Torella del Sannio, in provincia di Campobasso, si trova sull’Appennino Molisano a 839 metri sul livello del mare.

I terreni predominanti che costituiscono la litologia della zona si fanno risalire a formazioni marine di oltre cinquanta milioni di anni fa, come testimoniano i resti di lamellibranchi incrostati nelle arenarie presenti nel territorio e, in particolare, in quelle della contrada Costa, alla periferia nord-ovest dell’abitato.

A prescindere da insediamenti sannitici, presunti dalla descrizione di alcuni monili rinvenuti nell’agro di Collebove, Vicenda del Sole e Collalto, le origini di Torella, la sua denominazione e le sue vicende storiche si perdono nel buio di un passato privo di memorie documentali.

Secondo generiche e vaghe notizie,il primo nucleo sarebbe sorto tra il IX e il X secolo ad opera di un gruppo di profughi, provenienti dalle pianure del Biferno e del Volturno, scampati alle incursioni saracene.

La scelta del luogo per la nuova dimora sarebbe caduta sulla contrada denominata Collalto, a qualche chilometro da Torella, per la struttura morfologica del terreno che permetteva l’avvistamento e la difesa e rendeva difficile l’arrampicata ai predoni.

Si ignorano le vicissitudine di questo manipolo di fuggiaschi, ma senz’altro si fortificò ed eresse sulla collina, quasi a strapiombo sul Biferno, una torre di guardia i cui resti continuano tuttora a sfidare i secoli.

La resistenza del rudere, chiamato indifferentemente Torre o Pistillo, diede origine a una affascinante leggenda nel cui mondo fatato la piccola Collalto divenne prima sito di un bellissimo agglomerato urbano, Nàpele Peccerìlle, ricco e pacifico; poi, a causa della degenerazione dei costumi, luogo di perdizione distrutto dai fulmini e aggredito da formiche e orridi serpenti. Ma c’è di più: fu sede degli inferi e ospitò nelle sue caverne demoni e oro in un connubio perfetto di terrore e di desiderio.

Intorno al Mille, su uno dei due colli, prevalenti per altezza, a nord-ovest del territorio occupato, e precisamente sul Ciglione, sorse il Castello che, posto a guardia del tratturo Lucera-Castel di Sangro, ne seguì gli eventi, espletando funzioni fiscali, di difesa e forse anche di razzia.

I Registri della Cancelleria Angioina (1265-1281) suppongono che il Castello si chiamasse Torello o La Torella, onde il nome dato al borgo.

L’edificio oggi non è più riconoscibile nella sua struttura originaria per le continue trasformazioni subite nel tempo, ma vi si possono riscontrare alcuni caratteri particolari dell’architettura fortificata angioina, come i torrioni cilindrici su basi tronco-coniche.

Dando seguito all’ipotesi, i collaltesi, spinti dal bisogno di una maggiore protezione o allettati da una posizione che li avrebbe immessi in un contesto sociale più ampio o costretti dalla prepotenza del dominus castri, salirono verso il Castello e si fermarono ai suoi piedi, costituendo il primo nucleo di Torella.

L’antico casale fu abbandonato come dimora, ma non nelle colture, nonostante le pressanti e pesanti mire dei baroni nel volerlo considerare feudo inabitato per potersene impossessare.

Accanto al maniero, simbolo del potere temporale, sorse la chiesa, simbolo di quello spirituale. Le due forze, attraverso il tempo, secondo gli interessi di chi ne deteneva le redini, si eludevano e si amalgamavano, si lottavano e si riconciliavano a spese dell’umanità dolente ad essi sottomessa.

L’abitato, racchiuso nelle cinta muraria, si concentrò sul Ciglione. Le case piccole e modeste, dal sottotetto di canne, cannìzze, e dal pavimento, in genere, di terra battuta, si addossavano le une alle altre in un amplesso circolare, quasi a chiedere protezione, a invocare pietà alle imponenti mura del Castello e della chiesa che le dominavano. Aprivano le porte ad ante orizzontali e le minuscole finestre sui vicoli scoscesi, sconnessi, stretti,maleodoranti, bui, polverosi d’estate e fangosi d’inverno, dove i bimbi, con i sederini che si affacciavano nudi dalle patèlle, ruzzolavano insieme alle galline e ai maiali.

Al centro del borgo, il piccolo sagrato della chiesa fungeva da piazza. Qui si raccoglieva la comunità nei giorni di festa, si teneva mercato, si accendevano le candele per le aste e spesso vi si tenevano i Pubblici Parlamenti, convocati ad sonum campanae oppure ad vocem praeconis.

Poco discosto, sempre situato nel ristretto della terra, il piccolo cimitero e su tutto minacciosa e incombente la torre, dove l’alter ego del signore amministrava la giustizia, pronta ad aprire la botola del carcere alla minima infrazione.

Appena fuori la porta principale della cittadella, declinava ad ovest, verso Valle Massa, il vasto Prato di istituzione normanna e a sud-est le aie del Colle (l’jëàre de re Còlle) accoglievano i prodotti da trebbiare e da battere. A breve distanza dalle aie, quasi a lambirle, “l’erbal fiume silente” ospitava, a maggio e a settembre, il gregge transumante e, in diversi mesi dell’anno, lo stanziale. Oltre le mura fiorivano le antichissime cappelle laicali di Santa Maria della Libera, di San Giovanni delle Macchie, “ius presentando delli padroni della Terra”, di Sant’Antonio Abate con l’annesso Pio Ospedale e quella di San Rocco edificata dopo il colera del 1837, a qualche metro da quest’ultima. Sparse qua e là nell’agro, a conforto del contadino, le “chiesoline” di San Sebastiano, Santa Margarita e del SS. Sacramento, erette dalla pietà dei fedeli. E poi, campi, boschi, valli e colline che accoglievano e accolgono le contrade di Valle Massa, Colle Scesce, Civita, Santo Janni, i Casali diruti di Collalto e la meno antica Colle Bove. Il tutto appartenente al Demanio Comunale, al Feudo e alla Chiesa per circa duemila ettari di terreno. Quasi nulla la proprietà privata.

In questo contesto viveva una comunità agricolo-pastorale con connotazioni socio-economico culturali molto modeste, che traeva il suo sostentamento dagli usi civici del demanio universale e dalle servitù d’uso sulle terre feudali, contesi entrambi, con pretesti vari, dalla prepotenza baronale.

Da una terra avara e arida, qual era quella di Torella, coltivata, per giunta, con metodi e mezzi arcaici e da una pastorizia che si dibatteva in mille difficoltà, i cittadini dovevano ricavare frutti per pagare alla Regia Corte i vari balzelli e all’Università le spese per i bisogni comuni, quali debiti fiscali e strumentari, corpi feudali presi in fitto (La Bagliva dei danni dati, la Zecca, la Portolania, la Mastrodattia, la Panatica, la Fornatica e altri), il medico dei poveri, la conferma dei Capitoli, la conduttura del vitto in Napoli, il donativo di Natale, l’ingresso al governatore, il cancellierato, il predicatore quaresimale, il clero per il passio dei quattro mesi estivi, il fitto delle terre badiali di San Giovanni delle Macchie, il razionale per la visura dei conti, i censi, i terraggi, le prestazioni,il compasso e, con l’istituzione degli eserciti permanenti, il pesantissimo tributo dell’alloggiamento dei soldati. Il resto, se resto c’era, doveva bastare per il sostentamento della famiglia.

La cultura del popolo attingeva all’ancestrale libro della tradizione, della superstizione, della credenza e del fatalismo. Agognava per l’altra vita la luce del paradiso, ma non disdegnava di fantasticare per il benessere della terrena e di scendere nelle tenebre degli inferi a contendere i tesori alle potenze del male, come racconta la leggenda.

Non si conosce il nome dei feudatari che possedettero la Terra di Torella anteriormente all’avvento degli Angioini. I primi documenti in merito risalgono al tredicesimo secolo e ci danno come Signori, col titolo di Conti di Torella, le famiglie Capuano e Sanframondo. Quest’ultima di origine francese,

Dopo il terremoto del 1456 che, come dice il Muratori, desolò Torella, alcuni superstiti si insediarono stabilmente nelle contrade meno colpite dal sisma, dove si erano rifugiati, altri tornarono nel loro borgo decisi a ricostruirlo. Ad essi si unì anche gente forestiera accomunata da interessi e da nuovi e vecchi vincoli di parentela.

Scavarono fra le rovine per giorni, per mesi, per anni, recuperando tutto ciò che potesse servire alla rinascita.

Molto lentamente la vita cominciava a riprendere il suo corso. Il paese si ripopolava, riviveva. Ai vecchi cognomi e a quelli scomparsi se ne aggiungevano e sostituivano altri. La cerchia muraria si allargò e si aprì una nuova porta d’ingresso alla cittadella, la Porta Nova. Anche l’altro colle, denominato propriamente Colle, prese ad essere via via abitato.

Fu un risorgere molto faticoso: epidemie e calamità non davano tregua; i re continuavano a contendersi il regno sulle rovine, sulla miseria e sulla fame delle comunità; la mostruosa voracità dei baroni non rallentava la morsa nemmeno di fronte alle sciagure più terribili.

Alla morte di Alfonso I d’Aragona (1458), il baronaggio del reame si divise in due opposte fazioni: l’una favorevole a Ferrante I, figlio illegittimo di Alfonso, ma erede al trono, e l’altra, fra cui i Sanframondo, signori di Torella, a Giovanni D’Angiò, erede presuntivo. Dopo le alterne vicende che insanguinarono il regno e la restaurazione della monarchia aragonese, Ferrante I nel 1467 privò i Sanframondo di tutti i feudi, ivi compreso Torella, la quale nel 1495 venne concessa da Ferrante II ad Andrea de Capua ,duca di Termoli, fedele alla casa d’Aragona. I de Capua, del ramo Del Balzo, rimasero padroni del feudo, per oltre un secolo, fino al 1608, anno in cui lo alienarono alla famiglia Greco di Isernia. Nel 1641 Torella passò ai Del Giudice, ma nel 1692, morto Gennaro, per mancanza di eredi in feudalibus, tornò alla Regia Corte. Messa all’asta fu aggiudicata ai Francone che la tennero fino all’eversione della feudalità (1806). A costoro successero, in qualità di eredi, i principi Caracciolo di Torchiarolo, imparentati con i Francone per via di Immara Caracciolo, con i quali il comune ebbe, per la ripartizione delle terre, una lunga e dissanguante controversia giudiziaria, terminata con decreto sovrano il 4/4/1892. In vero il Consiglio comunale, per evitare ulteriori spese, “determinò di recedere dalla via giudiziaria e tentare una conciliazione bonaria affidando il mandato a don Antonio Ciamarra fu Giacinto, magistrato (del foro di Santa Maria Vetere) di eletta mente e pei suoi studi e pei suoi modi, autorevole ed accetto a quanti ebbero la ventura di conoscerlo”.

Durante tutto l’Ottocento, oltre a questa sciagura economica, non ne mancarono altre ben più gravi, come i terremoti e, in particolare, quello del 1805, che procurò sei vittime e molti danni alle strutture, il dramma del brigantaggio pre e post unitario, le malattie e le carestie.

Il Castello, oggi Monumento Nazionale, nonché Casa-Studio Museo della pittrice-musicista Elena Ciamarra-Cammarano, fu venduto nel 1815 dai Caracciolo ai Ciamarra, i cui eredi ne abitano ancora l’ala più antica e spesso ospitano il principe Alberto Caracciolo.

Dopo l’unità d’Italia, con il Regio Decreto del 4/1/1863, in conformità del deliberato 20/11/1862 del Consiglio Comunale, Torella venne autorizzata ad aggiungere “del Sannio” al proprio nome per differenziarsi da Torella dei Lombardi in provincia di Avellino.

Il paese, come abbiamo detto, è adagiato su due colli che, nel loro digradare, s’incontrano nella vasta piazza S. Rocco. Ai piedi del Colle, lungo corso Garibaldi, l’ombroso Parco della Rimembranza, dedicato ai Caduti della Prima Guerra Mondiale, rinfranca lo spirito di chi vi sosta o passeggia,mentre ai piedi del Ciglione, lungo l’ultimo tratto di Via Roma, sono ancora visibili i danni provocati dal secondo conflitto mondiale che tenne Torella in prima linea per quasi tutto l’ottobre del 1943.

Il paesaggio offerto dalla sua particolare posizione geografica è tra i più belli della regione. Vi si possono ammirare vallate di boschi, di prati e di campi risalenti verso l’ampio orizzonte dove i monti, cosparsi di agglomerati urbani, fanno da confine tra il cielo e la terra.

L’abitato è attraversato dalla provinciale 41 che, in vario modo, mette in comunicazione Torella con il capoluogo, con molti paesi limitrofi e con le due superstrade, la Trignina e la Bifernina. Alla periferia la presenza del tratturo richiama alla “ memoria antiche transumanze e appassionanti vicende umane”.

Il centro urbano va spostandosi decisamente lungo le vie di transizione con ridenti villette moderne, abbandonando quasi del tutto l’antico borgo raccolto sul Ciglione.

La società contadina, protagonista di secoli di storia, compatibilmente con le mutate condizioni dei tempi e con le accresciute esigenze, ha ceduto il posto a una nuova società costituita da operai, commercianti, piccoli impresari, studenti, diplomati e laureati.

Tre chiese confortano, oggi, la vita religiosa del torellese: l’antichissima Chiesa Madre, riedificata ex novo nel 1747, quella del SS. Rosario che racchiude le vecchie chiesoline di Sant’Antonio e di San Rocco e la chiesetta di San Giovanni delle Macchie.

La “Matrice Chiesa” è dedicata a San Nicola di Bari, ma il protettore è San Clemente Martire che si festeggia il martedì dopo la Pentecoste e il 15 ottobre, in occasione della fiera a Lui dedicata.

Le reliquie del Martire, come si evince dalla bolla che le accompagnò, provenienti dalle catacombe di Santa Priscilla in Roma, furono donate dal papa Clemente XIV all’arcivescovo di Cosenza, Gennaro Clemente Francone (fratello di Giovanni, utile signore di Torella), che il 16 maggio 1773 le affidò alla venerazione dei torellesi.

La chiesa si fregia di un bellissimo altare,opera della Scuola Napoletana del XVIII secolo, realizzato in marmi policromi con rilievi scultore in marmo bianco. Di notevole valenza artistica è, poi, la porticina del tabernacolo che riporta la scena evangelica del Centurione. Fra l’altro, vi si può ammirare il settecentesco organo a canne (in via di restauro) che ebbe vasta risonanza in tutto il Molise, per oltre due secoli.

Il piccolo centro conta attualmente (2010) 809 abitanti. Moltissimi sono i torellesi emigrati nelle varie parti del mondo, ma tutti legati alla terra natia da un atavico e struggente amore che li porta molto spesso a rivisitarla.

Torella non offre molto al turista, in termini di divertimento, discoteche e quant’altro la modernità suggerisce, ma una grande pace,silenzi ristoratori, passeggiate nei folti boschi, stupendi aurore, spettacolari tramonti, la incommensurabile salubrità dell’aria, cibi sani e genuini e “l’immancabile scattone”.

Per gli appassionati di storia, di arte e di architettura offre, poi, la visita al Castello dove si può godere e apprezzare la bellezza e il valore della poderosa produzione artistica della pittrice Elena Ciamarra-Cammarano.

A ciò aggiungasi la gentilezza d’animo dei suoi abitanti, nonché la presenza di una gioventù fisicamente bella, allegra e sana, non ancora toccata dalla devianza di paradisi artificiale.

Carmen e Wanda Conte

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